Riforma medici di famiglia: decreto bloccato, cosa cambia

Un decreto che avrebbe cambiato il modo in cui funziona la medicina di base in Italia è stato fermato prima ancora di entrare in vigore. Il provvedimento, voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci, ha perso il sostegno di una parte della stessa maggioranza di governo, provocando polemiche e la reazione irritata di Guido Bertolaso, assessore alla Salute della Lombardia e figura di riferimento nel dibattito sanitario nazionale. Siamo al 10-11 giugno 2026, e la riforma dei medici di famiglia resta senza una risposta concreta.

Cosa prevedeva il decreto Schillaci

Il decreto puntava a trasformare in modo profondo il ruolo del medico di base, la figura che tutti conosciamo come “medico di famiglia” o medico di medicina generale. Si tratta del dottore a cui ci rivolgiamo per le ricette, i certificati, le visite di routine e il primo contatto con il sistema sanitario.

La proposta centrale era quella di trasformare questi professionisti in dipendenti pubblici. Oggi i medici di famiglia lavorano come liberi professionisti convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale: in pratica, sono autonomi, hanno uno studio privato, scelgono i propri orari e ricevono un compenso in base al numero di pazienti iscritti nelle loro liste.

Con il decreto, invece, sarebbero diventati dipendenti a tutti gli effetti, con orari definiti, obblighi di presenza e una collocazione stabile all’interno delle Case di comunità. Queste strutture — già previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — sono presidi sanitari territoriali pensati per offrire più servizi nello stesso luogo: medici, infermieri, assistenti sociali, specialisti.

In pratica, significava che il cittadino non avrebbe più trovato il proprio medico in uno studio privato, ma in un centro pubblico con orari certi e personale integrato. Per molti pazienti, soprattutto anziani o con malattie croniche, questo avrebbe potuto significare una maggiore continuità di cura.

Perché il decreto è stato fermato

Il blocco non è arrivato dall’opposizione, ma dall’interno della stessa coalizione di governo. Una parte della maggioranza ha espresso contrarietà al testo, impedendo di fatto che il decreto seguisse il suo iter normale.

Le ragioni del disaccordo, secondo le fonti disponibili, ruotano attorno alla questione del modello contrattuale. Trasformare i medici di famiglia in dipendenti pubblici significa rinegoziare completamente le loro condizioni di lavoro, i compensi, gli orari, i diritti sindacali. È un cambiamento che tocca decine di migliaia di professionisti e che ha inevitabilmente conseguenze sui costi per il sistema sanitario nazionale.

Alcuni esponenti della maggioranza hanno ritenuto che la proposta fosse troppo radicale o mal costruita nei dettagli applicativi. Bertolaso, che da tempo sostiene la necessità di riformare la medicina territoriale, ha reagito con irritazione allo stop, considerandolo un’occasione persa per modernizzare un sistema che mostra segnali di difficoltà evidenti.

La categoria dei medici stessa è divisa: una parte dei professionisti guarda con favore alla stabilizzazione come dipendenti pubblici, che garantirebbe tutele previdenziali e certezza di reddito. Un’altra parte difende l’autonomia della libera professione, considerandola fondamentale per mantenere un rapporto diretto e fiduciario con i pazienti.

Il problema di fondo: la crisi della medicina territoriale

Il decreto nasce da una situazione reale e documentata. La medicina di base in Italia è in difficoltà da anni, per ragioni che vanno oltre le scelte politiche del momento.

  • Molti medici di famiglia sono vicini alla pensione e non vengono sostituiti in tempo
  • In alcune aree, soprattutto nelle zone rurali o nelle periferie urbane, trovare un medico di base disponibile è diventato difficile
  • Le liste dei pazienti sono spesso sovraffollate, con migliaia di persone assegnate a un singolo medico
  • La pandemia di Covid-19 ha mostrato quanto fosse fragile il sistema di cura sul territorio, rispetto a quello ospedaliero

Le Case di comunità erano state pensate proprio per rispondere a questa crisi, creando strutture in grado di offrire un’assistenza più organizzata e continua. Ma costruire gli edifici non basta: servono i professionisti che ci lavorino dentro, con ruoli e contratti chiari.

Cosa cambia — o non cambia — per i cittadini

Con il decreto bloccato, nell’immediato non cambia nulla. I medici di famiglia continuano a lavorare come hanno sempre fatto, con il sistema della convenzione e la gestione autonoma degli studi.

Ma questo significa anche che restano aperti i problemi che la riforma avrebbe dovuto affrontare:

  • Le difficoltà di accesso al medico in alcune zone del paese
  • La mancanza di integrazione tra il medico di base e gli altri servizi sanitari territoriali
  • L’incertezza sul futuro della categoria, con un numero crescente di pensionamenti e un ricambio generazionale lento

Il governo dovrà decidere nei prossimi mesi se ripresentare una versione rivista del decreto, avviare un percorso diverso oppure lasciare che la situazione rimanga invariata. Per i cittadini, soprattutto quelli che già faticano a trovare un medico disponibile o che vivono lontano dai centri urbani, la domanda è semplice: chi si prenderà cura di loro quando il loro medico andrà in pensione?

Una risposta, per ora, non c’è.

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