La Camera dei Deputati ha approvato il 4 giugno 2026 la legge delega sul nucleare, il provvedimento che apre la strada al ritorno dell’energia atomica in Italia dopo oltre trent’anni. Il testo ha ottenuto 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Ora passa al Senato per l’approvazione definitiva.
A esultare è il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che ha definito il voto “una scelta di concretezza, non ideologica”. Le opposizioni, invece, hanno criticato duramente il provvedimento.
Cos’è una legge delega e perché è importante
Prima di entrare nel merito, vale la pena spiegare di cosa si tratta. Una legge delega non disciplina direttamente ogni dettaglio di una materia: autorizza invece il governo a emanare decreti legislativi specifici entro un certo tempo e secondo criteri precisi fissati dalla legge stessa.
In pratica significa che il Parlamento non decide oggi dove si costruiranno i reattori o chi li gestirà. Stabilisce però le regole del gioco: obiettivi, tempistiche e limiti entro cui il governo dovrà muoversi nelle prossime fasi.
È un primo passo formale, non ancora operativo, ma politicamente molto significativo: è la prima volta che il Parlamento italiano vota a favore del nucleare dopo il secondo referendum del 1987, quando gli italiani dissero no all’energia atomica.
Quando potrebbero essere operativi i primi reattori
Secondo le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin, l’obiettivo è avere i primi reattori operativi tra il 2034 e il 2035. Si tratta di una tempistica di circa otto-nove anni dall’approvazione definitiva della legge.
Non si parla di grandi centrali nucleari come quelle costruite negli anni Settanta e Ottanta. La legge guarda alle tecnologie di nuova generazione, in particolare ai cosiddetti SMR — in italiano “piccoli reattori modulari”. Sono impianti di dimensioni ridotte rispetto alle centrali tradizionali, progettati per essere costruiti più rapidamente e con minori costi iniziali.
Per fare un confronto: una centrale nucleare tradizionale può richiedere dieci-quindici anni di costruzione e decine di miliardi di euro di investimento. Un SMR, sulla carta, dovrebbe essere più flessibile e adattabile a contesti diversi, anche in termini di localizzazione sul territorio.
Cosa deve ancora succedere: l’iter al Senato
L’approvazione alla Camera non è l’ultimo passaggio. Il testo deve ora essere esaminato e votato anche dal Senato della Repubblica per diventare legge a tutti gli effetti.
Il governo — stando a quanto dichiarato nelle settimane precedenti dal ministro Pichetto Fratin — punta ad ottenere il via libera definitivo prima della pausa estiva. Se il calendario venisse rispettato, la legge potrebbe essere promulgata entro luglio 2026.
Solo dopo l’approvazione definitiva partirà il lavoro vero e proprio: il governo dovrà scrivere i decreti attuativi, definire le autorità di controllo competenti, aggiornare le norme di sicurezza e avviare le procedure per l’individuazione dei siti idonei all’installazione degli impianti.
Cosa dicono le opposizioni
Il voto non è stato unanime. Le forze di opposizione hanno espresso critiche sia nel merito che nel metodo.
Il Partito Democratico ha accusato il governo di aver “marginalizzato il Parlamento” nel processo di discussione del testo. I dem hanno anche sottolineato quella che considerano una differenza sostanziale tra il sostegno alla ricerca scientifica sul nucleare — che nessuno contesta — e la scelta politica di puntare su questa tecnologia come fonte energetica concreta nel mix nazionale. Una posizione riassunta con la frase: “C’è differenza tra ricerca e propaganda”.
Le critiche riguardano anche le incertezze ancora aperte: i siti dove costruire gli impianti non sono ancora stati identificati, i costi non sono stati quantificati con precisione e la tecnologia degli SMR, sebbene promettente, non ha ancora dimostrato su larga scala le performance attese.
Cosa cambia concretamente per i cittadini
Nell’immediato, non cambia nulla nella vita quotidiana degli italiani. La legge delega è un atto politico e legislativo, non una cantierizzazione di impianti.
Nei prossimi mesi e anni, invece, il tema entrerà sempre più nel dibattito pubblico. Alcune questioni che diventeranno centrali:
- Dove si costruiranno gli impianti: la scelta dei siti sarà probabilmente la fase più delicata e conflittuale, come già accaduto per i depositi di scorie nucleari.
- Chi pagherà: i costi di costruzione e gestione, e come questi si rifletteranno sulle bollette energetiche, sono ancora da definire.
- Sicurezza e controlli: la legge dovrà ridefinire il ruolo delle autorità di vigilanza in campo nucleare, un settore che in Italia è rimasto fermo da decenni.
- Effetti sul prezzo dell’energia: il governo sostiene che nel lungo periodo il nucleare potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza dalle importazioni e stabilizzare i prezzi. Le opposizioni contestano questa lettura.
Se tutto andrà secondo le previsioni del governo, l’Italia potrebbe tornare a produrre energia nucleare entro la fine del prossimo decennio. Ma tra l’approvazione di una legge delega e l’accensione di un reattore c’è ancora un percorso lungo e pieno di passaggi tecnici, politici e sociali da affrontare.