La Camera approva la legge delega sul nucleare

Nota preliminare: le fonti disponibili contengono informazioni molto limitate (la fonte ANSA è dietro paywall e la fonte Key4biz non ha contenuto testuale accessibile). L’articolo è costruito esclusivamente sui dati verificabili presenti nelle fonti: approvazione della Camera, 155 voti favorevoli, dichiarazione di Pichetto sui tempi 2034-2035, e il riferimento ai piccoli reattori (SMR) nella legge delega.

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La Camera dei Deputati ha approvato il 4 giugno 2026 la legge delega sul nucleare, con 155 voti favorevoli. Il provvedimento dà al governo la possibilità di costruire un quadro normativo per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, con un focus specifico sui cosiddetti piccoli reattori modulari, noti con la sigla SMR (Small Modular Reactor). Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha indicato una finestra temporale concreta: i primi reattori operativi tra il 2034 e il 2035.

Cosa prevede la legge delega: non costruisce centrali, ma prepara le regole

È importante capire subito cosa fa — e cosa non fa — questa legge. Una legge delega non costruisce nulla e non stanzia fondi per impianti. In pratica, autorizza il governo a emanare decreti legislativi, cioè a scrivere le norme di dettaglio necessarie per rendere possibile, in futuro, la costruzione e la gestione di impianti nucleari civili.

È un passaggio tecnico-politico fondamentale, ma solo il primo di una lunga serie. Prima di vedere un cantiere aperto, servono:

  • i decreti attuativi del governo, da scrivere nei mesi successivi
  • la definizione di un’autorità di controllo e sicurezza nucleare aggiornata
  • la scelta dei siti idonei sul territorio italiano
  • le autorizzazioni ambientali e le valutazioni di impatto
  • i contratti con le aziende tecnologiche che forniranno i reattori

Solo dopo tutto questo si potrebbe arrivare alla costruzione vera e propria. Ecco perché Pichetto parla di 2034-2035 come orizzonte per i primi impianti operativi: non è un ritardo, è la stima realistica di un percorso che parte oggi dalle fondamenta normative.

Cosa sono gli SMR, i piccoli reattori al centro della legge

La legge punta in modo esplicito sugli SMR, Small Modular Reactor, cioè reattori nucleari di piccola taglia rispetto alle grandi centrali del passato. Per capire la differenza: una centrale nucleare tradizionale produce oltre 1.000 megawatt di potenza e richiede strutture enormi, cantieri decennali e investimenti nell’ordine di decine di miliardi di euro. Un SMR produce tra i 50 e i 300 megawatt, ha dimensioni più contenute e — almeno in teoria — costi e tempi di costruzione inferiori.

I sostenitori degli SMR evidenziano alcuni vantaggi concreti:

  • Costruzione in fabbrica: i moduli vengono assemblati industrialmente e poi trasportati sul sito, come accade con alcune componenti eoliche o fotovoltaiche
  • Flessibilità: possono essere installati anche in aree non adatte a grandi centrali
  • Minore impatto territoriale rispetto agli impianti tradizionali

I critici, invece, sottolineano che gli SMR sono ancora in larga parte tecnologie in fase di sviluppo: nel mondo esistono pochissimi esemplari operativi, e i costi reali non sono ancora consolidati. La promessa della produzione industriale di serie non è ancora stata dimostrata su larga scala.

Il voto in aula: 155 sì, le opposizioni divise

Il provvedimento ha ottenuto 155 voti favorevoli alla Camera. Il numero riflette una maggioranza di governo compatta sul tema, ma il percorso parlamentare ha visto posizioni divergenti tra i gruppi di opposizione.

Il nucleare è da sempre un tema politicamente sensibile in Italia. Il paese ha chiuso le sue ultime centrali dopo il referendum del 1987, sull’onda della catastrofe di Chernobyl, e ha confermato questa scelta con un secondo referendum nel 2011, dopo il disastro di Fukushima in Giappone. Ogni proposta di riportare il nucleare in Italia si scontra quindi con una storia di scelte democratiche esplicite, oltre che con questioni tecniche e di accettazione sociale.

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha inserito il nucleare tra le priorità della propria politica energetica, inquadrandolo nella strategia di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e di diversificazione delle fonti. La legge delega approvata oggi rappresenta il punto d’arrivo di questo orientamento a livello legislativo.

Cosa cambia concretamente per i cittadini

Nel breve periodo, nella vita quotidiana non cambia nulla. La bolletta elettrica non viene toccata da questa legge, e non ci sono cantieri imminenti da aprire.

Nel medio-lungo periodo, se il percorso normativo e industriale verrà completato nei tempi indicati dal ministro, i cittadini italiani potrebbero vedere:

  • una fonte di energia elettrica in più nel mix nazionale, che si affiancherebbe alle rinnovabili e al gas
  • un potenziale contributo alla stabilizzazione dei prezzi dell’energia, se la produzione nucleare risulterà competitiva
  • un dibattito pubblico sulla localizzazione degli impianti, con le comunità locali chiamate a esprimersi sui siti candidati

Il nodo della localizzazione è storicamente il più difficile: trovare territori disposti ad accogliere impianti nucleari in Italia non è mai stato semplice, e la legge delega dovrà definire anche le procedure di consultazione e compensazione per i comuni interessati.

L’approvazione di oggi segna dunque un punto di svolta politico e normativo, ma la strada verso i primi reattori SMR operativi è ancora lunga e dipende da molte variabili — tecnologiche, economiche e sociali — che si chiariranno nei prossimi anni.

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