PNRR digitalizzazione Italia: bilancio tra luci e ombre

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) aveva promesso di trasformare l’Italia digitale. A cinque anni dal suo avvio, con la scadenza finale che si avvicina, è il momento di fare i conti. Cosa è stato realizzato davvero con i miliardi destinati alla digitalizzazione? E cosa è rimasto sulla carta? Il quadro che emerge è fatto di luci e ombre.

Quanti soldi sono stati stanziati e quanti usati davvero

L’Italia ha destinato alla digitalizzazione il 26,5% dei fondi totali del PNRR, pari a circa 49,8 miliardi di euro. Una cifra enorme, senza precedenti nella storia recente degli investimenti tecnologici pubblici italiani.

Ma allocare i fondi non significa averli spesi. Secondo i dati disponibili al 30 giugno 2026, risultano effettivamente utilizzati circa 3,3 miliardi di euro, distribuiti su oltre 2.500 progetti attivi in vari settori: digitalizzazione, ambiente, salute.

In pratica significa che: su quasi 50 miliardi destinati al digitale, solo una piccola parte ha prodotto spesa reale e misurabile. Il divario tra fondi stanziati e fondi spesi resta uno dei nodi critici dell’intero piano.

Dove sono stati investiti i soldi: 5G, banda ultralarga e sanità digitale

I principali cantieri digitali del PNRR riguardano tre aree:

  • Il 5G: il potenziamento della rete mobile di quinta generazione, necessario per connettere industrie, ospedali e città in modo più veloce e stabile.
  • La banda ultralarga: portare la connessione ad alta velocità nelle aree del Paese ancora escluse — soprattutto i piccoli comuni del Sud e delle zone montane o rurali.
  • Il Fascicolo sanitario elettronico (FSE): il sistema che raccoglie in formato digitale la storia clinica di ogni cittadino, accessibile da medici e ospedali su tutto il territorio nazionale.

Su questi fronti i progressi esistono. La rete in fibra ottica ha raggiunto nuove aree del Paese. Il Fascicolo sanitario elettronico è stato esteso e aggiornato. Ma il punto critico è un altro: quante persone e strutture lo usano davvero? Disporre dell’infrastruttura non basta, se poi cittadini, medici e amministrazioni locali non sanno come utilizzarla o non vengono formati per farlo.

Il problema irrisolto: il digital divide non è sparito

Uno degli obiettivi principali del PNRR era ridurre il digital divide, cioè il divario tra chi ha accesso alle tecnologie digitali e chi no. In Italia questo problema è doppio: riguarda sia la disponibilità di reti veloci (divario infrastrutturale), sia la capacità delle persone di usare i servizi digitali (divario culturale e generazionale).

Su questo fronte, il bilancio è ancora incompleto. L’ultimo rapporto della Commissione europea sul “Decennio digitale” registra progressi, ma sottolinea che l’Italia parte da una base debole: siamo tra i paesi europei con i livelli più bassi di competenze digitali della popolazione adulta e con una pubblica amministrazione che storicamente ha faticato a innovarsi.

In pratica significa che: anche dove le reti ci sono, non tutti sanno usarle. E dove i servizi pubblici digitali esistono — come lo SPID, il fascicolo sanitario, i portali dei Comuni — molti cittadini continuano a preferire gli sportelli fisici perché i sistemi online risultano complicati o poco intuitivi.

Cosa ha funzionato: i segnali positivi

Non tutto è negativo. Alcuni risultati concreti ci sono:

  • Il numero di comuni connessi con la fibra è cresciuto, soprattutto in aree che prima erano del tutto escluse dalla banda larga.
  • La migrazione al cloud di molti servizi della pubblica amministrazione è avanzata, riducendo la dipendenza dai vecchi sistemi informatici.
  • Sono stati finanziati oltre 2.500 progetti in ambito digitale, ambientale e sanitario, con una distribuzione territoriale che ha coinvolto anche le regioni del Sud.
  • La Lombardia, ad esempio, ha beneficiato di significativi investimenti PNRR, cui si aggiungono ulteriori 400 milioni dal Piano nazionale per gli investimenti complementari.

Cosa è rimasto incompiuto: le criticità da non ignorare

Il gap tra quanto promesso e quanto realizzato resta ampio. Gli esperti e la stessa Commissione europea segnalano alcune aree di preoccupazione:

  • I ritardi nell’attuazione: molti progetti sono stati avviati in ritardo rispetto al cronoprogramma originale, con il rischio di non riuscire a completarli entro le scadenze europee.
  • La capacità amministrativa: i Comuni più piccoli — spesso quelli con maggior bisogno di modernizzazione — faticano a gestire la complessità burocratica necessaria per accedere ai fondi e rendicontare le spese.
  • La formazione: gli investimenti sulle competenze digitali dei dipendenti pubblici e dei cittadini sono stati meno efficaci rispetto a quelli sulle infrastrutture.
  • La manutenzione futura: alcune infrastrutture finanziate dal PNRR richiederanno risorse per essere mantenute e aggiornate negli anni successivi, ma non è chiaro chi pagherà.

Cosa cambia concretamente per i cittadini

Per chi vive in zone prima escluse dalla banda larga, la connessione veloce è arrivata o sta arrivando. Per chi ha un medico di base attrezzato, il fascicolo sanitario elettronico può già fare risparmiare tempo e carta. Per chi lavora con la pubblica amministrazione, alcuni servizi sono più accessibili online rispetto a qualche anno fa.

Ma il cambiamento non è uniforme. Dipende molto da dove si vive, dall’età, dal livello di familiarità con il digitale e dall’efficienza dell’ente locale di riferimento. Chi abita in un grande centro urbano con un’amministrazione ben organizzata percepisce i benefici. Chi vive in un piccolo comune del Sud, spesso, ancora no.

Il PNRR ha messo in moto qualcosa di importante per la digitalizzazione italiana. Ma trasformare miliardi di euro in servizi reali, usati da persone reali, è un lavoro che va ben oltre la firma di un decreto o l’inaugurazione di un cantiere.

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